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La Storia di San Nicola la Strada

Il tessuto urbano di San Nicola la Strada è sorto e si è sviluppato lungo il tracciato dell’Appia, la prima grande strada romana, fatta costruire da Appio Claudio il Cieco, il 312 a.C.

Per quanto riguarda il primo dei due elementi che compongono il nome del nostro Comune, cioè il santo, si tratta di san Nicola di Mira, antica città della Licia in Asia Minore, attuale Turchia. Mira, in età cristiana, fu resa celebre dalla vita e dai prodigi del suo vescovo Nicola. Da quella città 62 marinai pugliesi asportarono le reliquie di San Nicola nel secolo XI e su tre caravelle le traslarono a Bari ove, per custodirle, fu costruita la basilica di san Nicola.

Dopo la traslazione, ossia il trafugamento del corpo del santo da Mira a Bari (1087), il nome di san Nicola si diffuse in molte parti del mondo e numerose chiese furono dedicate al glorioso santo, che divenne uno dei santi più conosciuto e venerato. Festeggiamenti con solenni processioni si tengono in onore del santo, nativo di Pàtara, città non lontana da Mira.

Circa il secondo elemento, cioè l’appellativo “la Strada”, è facile capire che esso indica la presenza di una via, non di una qualunque, ma di una importante. Se da essa addirittura il Comune ha mutuato il predetto appellativo, non può trattarsi che dell’Appia. L’Appia Antica divide quasi a metà il centro abitato. Che si tratti dell’Appia ci viene la conferma dallo stesso stemma civico. Esso raffigura una strada, ai cui margini è posta una pietra miliare con la scritta Appia.

Infine l’espressione latina, che apre quasi tutti gli atti notarili del secolo XVIII concernenti il nostro Comune, ” in casali Sancti Nicolai ad Stradam “, è una ulteriore conferma di quanto affermato sopra.

La preposizione latina “ad” tradotta in italiano significa “presso” San Nicola presso la Strada, cioè San Nicola che sorge presso la Strada (Appia). Via via nel corso degli anni “ad stradani” diventa “la Strada” o “La Strada”.

La venerazione del santo e l’immediata vicinanza della ben nota Appia diedero dunque la denominazione al piccolissimo villaggio agricolo nei secoli passati.

Il casale di San Nicola la Strada, posto nella pianura di Terra di Lavoro, era costituito nel secolo XVIII da un centro abitato esteso nelle campagne alle località denominate: I Perroni, La Pagliara, Le Nunziatelle, La Croce, Santa Cumaia, L’Arbusto, Il Trivio.

Questi toponimi, indicanti le località abitate oltre due secoli fa, sono stati tramandati oralmente dai nostri antenati fino a noi.

Poco distanti dalla contrada chiamata I Perroni, in campagna, esisteva un fabbricato destinato a masseria, dato in affitto dal Monastero delle Monache della Sapienza della città di Napoli. Tuttora la località in cui si trovano le mura di questa masseria, non certo piccola, viene denominata “La Sapienza”.

Due “maestri tagliamonti”, dal mese di febbraio fino a giugno del 1765, tagliarono le pietre per la fabbrica della masseria, in un “monte” ossia cava distante 50 passi dalla masseria stessa. Il trasporto delle pietre dal monte alla masseria avvenne a spese del capomastro della fabbrica.

Nell’anno 1774 in una bottega, posta nelle case della masseria della Sapienza di Napoli, si svolse una scena, di cui è difficile dare spiegazioni, ma che è interessante, come nota di costume.

La mattina dell’8 dicembre 1774, si presentò il “Grassiere, o sia Catapano” dell’università di San Nicola la Strada, il quale dopo aver gustato il vino che si vendeva nella bottega ed aver detto che era “buon vino”, prese tre caraffe, le buttò nella strade. La stessa cosa fece per un’altra caraffa e sene andò. I testimoni affermarono che le caraffe erano zeccate.

Nel secolo XVIII l’economia del casale di San Nicola la Strada era agricola. Uomini e donne, logorandosi le mani e la schiena, coltivavano i campi assiduamente dall’alba al tramonto. Le terre erano generalmente seminatorie, campestri, arbustate, vitate. Pioppi, vite, olmi, noci erano gli alberi prevalenti. I prodotti agricoli, consistenti in canapa, grano, uva, granone, fieno, venivano trasportati con carri. Il granturco o granone, raccolto e sgranato, veniva disteso per giorni sulle aie, esposto al sole, in modo che si essiccasse.

Alla fine della giornata, quando il sole stava tramontando, si ammucchiava il raccolto e lo si copriva con dei teli per ripararlo dall’umidità della notte. L’operazione durava alcuni giorni.

Faticose erano le attività collegate alla coltivazione e alla lavorazione della canapa. Dopo la semina si iniziava a sradicare la canapa, si proseguiva con la “scolatura”, la “macerazione” nelle acque del lagno “Aurno”, l’essiccazione, la maciullazione, la pettinatura, la raccolta in fasci. Ogni fase di lavorazione richiedeva notevoli sforzi fisici.

Gli attrezzi adoperati per i lavori agricoli testimoniamo il lavoro nelle campagne del tempo andato.

Le zappe, le ceste, i torchi, i rastrelli, gli zappelli, le vanghe, i sacchi, le “macennule” ecc., ricordano quanto fosse dura l’esistenza della gente di San Nicola la Strada. Di questi attrezzi si servivano i lavoratori della terra per la semina, la mietitura, la vendemmia, per battere gli steli della canapa.

Dal lavoro si ricavava l’indispensabile per vivere.

Nel secolo XVIII non esistevano leggi che risarcivano i danni provocati dalle calamità atmosferiche o da incendi. L’unica forma di aiuto era la solidarietà umana o qualche sgravio fiscale concesso in seguito a richiesta avanzata dal danneggiato. E’ per questo che una grandinata violenta, delle forti gelate o una siccità si abbattevano sui contadini come un lutto o una grave malattia.

Lo svolgersi della vita a San Nicola la Strada non era certamente facile. La popolazione rurale era sottoposta al duro fiscalismo dello Stato.

Non era certamente lo splendore della reggia ad assopire il malcontento popolare. Che abisso profondo tra il maciullare la canapa con la forte calura estiva e il passeggiare tra gli ombrosi e freschi viali del “real sito”; tra chi lavorava duramente tutta la giornata e chi la trascorreva tra banchetti, divertimenti, balli organizzati e partite di cacce. Da un lato le dame di corte intente all’ozio, dall’altro le laboriose donne contadine di San Nicola la Strada, chine nel lavoro dei canapi o a tessere la tela per il loro umile corredo. Nel fasto delle dimore regali era uno schiaffo alla arretratezza della realtà contadina.

L’edilizia era condizionata dall’attività agricola ed era, perciò, di tipo rurale. Il materiale usato per costruire le case era il tufo.

Le case, in genere, erano munite di un cortile, più o meno spazioso, nel quale vi erano quasi sempre il pozzo, il forno, il lavatoio ed altri accessori necessari alla vita. L’aia nel cortile era, il più delle volte, lastricata e serviva per stendere i prodotti agricoli al sole e per effettuarvi lavori.

La stalla non sempre era presente in quanto non tutti possedevano animali da lavoro. Del resto, chi aveva più buoi poteva coltivare più terra; in un momento in cui il rapporto tra popolazione territorio era ancora basso, il possesso degli animali da lavoro era elemento determinante di ricchezza e di prestigio sociale.

La copertura degli edifici era generalmente a tetto. Le dimore rurali erano costituite più da vani inferiori che superiori.

L’ingresso al cortile era abbastanza ampio per consentire ai carri carichi di prodotti agricoli e trainati da animali di poter facilmente transitare. All’ingresso vi era un portone.

Nelle case rustiche la gente viveva, dormiva, soffriva, gioiva, lavorava. Era qui, oltre che nelle campagne, che si svolgeva gran parte della vita. Nel monovano terraneo, che spesso costituiva l’abitazione, la donna praticava anche la filatura e la tessitura dei pochi capi di biancheria.

I tuguri e le umili case in cui vivevano le famiglie rurali impallidivano nei confronti dello splendore dei notevoli palazzi dei pochi benestanti.

Per quanto riguarda la viabilità, più che di strade vere e proprie, evidentemente si deve parlare di vie campestri che collegavano le varie località abitate.

Le ruote dei carri affondavano nelle vie trasformate in pozzanghere, in seguito a piogge. A ciò bisogna aggiungere l’assenza dei servizi igienici privati e della pubblica illuminazione.

Di fronte a queste situazioni non si possono tacere gli sperperi, da parte della monarchia borbonica, di enormi somme per costruire la Canetteria e per praticare la caccia nei numerosi “siti reali” sparsi nel regno di Napoli.

Nessuna cura e nessuna manutenzione alla rete viaria interna, malgrado si sperperassero ingenti somme di denaro per i capricci del re, per lusso, feste memorabili e passioni venatorie.

Quante spese inutili, affrontate per il capriccio e la mania di uomini e donne di corte, avrebbero potuto avere una destinazione diversa, per fini sociali.

IL 1750 è una data di un certo rilievo per il casale di San Nicola la Strada. Infatti in quell’anno fu stipulato l’atto mediante il quale il feudo di Caserta passò, per acquisto, in dominio del re Carlo di Borbone.

La notevolissima vicinanza tra Caserta e San Nicola la Strada fece cadere sul nostro casale alcune scelte che portarono, tra l’altro, anche ad un rilevante incremento demografico.

Dovendosi, infatti, procedere alla costruzione della reggia di Caserta, deciso di acquistare in San Nicola la strada dei terreni per aprire delle cave di pietre dolci.

Le compre dei terreni impiegati per il taglio delle pietre dolci per uso, appunto, delle reali fabbriche e delle “reali delizie” presentarono la capacità di moggia 13, passi 11 e passitelli 5.

Le cave di pietre, quelle gigantesche fosse a mo’ di crateri, sono ancora esistenti attualmente e la località su cui esistono prende il nome “Le Taglie”. Essendosi acquistati terreni per aprire cave di pietre, fu ritenuto necessario stabilire nello stesso casale di San Nicola la Strada un locale, ove riunire gli animali addetti al trasporto delle pietre da S. Nicola la Strada a Caserta. A quel locale si diede il nome di Boveria; per costruirlo si fecero alcune compre (ad esempio furono comprati due edifici di base, uno contiguo all’altro, per ducati 1164 e grana 11)

Il trasporto delle pietre durò pochissimo tempo e quegli edifici furono ingranditi per uso del seguito della Reale Corte.

Successivamente furono destinati per Canetteria, ossia il luogo in cui venivano tenuti i cani dei Borboni.

La Canetteria dimostra l’interesse, del resto noto, del sovrano per la caccia.

La Canetteria è cosi descritta:

“Questo edificio è composto di un pianterreno, e di due piani superiori, il secondo dei quali ammezzato. Il pianterreno è diviso in due sezioni. La prima a fronte di strada è composta di 13 bassi e retrobassi, con androne, e tre piccoli cortili, ed è addetta per scuderie e cucine per comodo di canettieri, e de’loro garzoni. La seconda poi in testa all’androne d’ingresso è composta di 4 cortili e di 11 bassi, e presenta tutti i necessari commodi per tre canetterie. Una di queste ha un cortile, e 3 bassi.

L’altra ha parimenti due cortili con tre simili bassi. La terza finalmente ha un cortile a 5 bassi dall’ultimo dei quali si passa ad altro cortiletto, che ha l’uscita alla strada de’ Perroni.

Il primo piano superiore, destinato all’abitazione de’ tre canettieri, è piantato sopra i bassi componenti la prima sezione descritta nel pianterreno, e vien composta da 15 stanze, otto delle quali sporgenti alla strada, e le altre sette à cortili, oltre di una saletta comune, che sporge anche nel cortile. Questo piano trovasi diviso in tre diverse abitazioni, ciascuna di 5 stanze, e vi ascende per mezzo di due scale di fabbrica, una situata a destra dell’androne, e l’altra nel secondo cortiletto a sinistra dell’androne stesso.

Il secondo piano a stanze ammezzate, ossiano matte, è composto di 6 stanze sporgenti alla strada, e di 4 stanzini, ed un corridoio sporgenti verso i cortili, e vi si ha l’accesso per una scaletta in continuazione di quella descritta a destra dell’androne.

Il suolo occupato dall’intero descritto edificio e dell’estensione di passi 24, e passitelli 14″.

Un’altra scelta della monarchia borbonica che interessò anche il nostro Comune per la costruzione dello stradone, fiancheggiato dai passeggiatoi, che dovevano collegare la reggia di Caserta con Napoli.

Per costruire la maestosa arteria furono acquistati mediante permute diversi terreni ed il costo finanziario fu di certo non modesto.

La suggestiva bellezza dello “Stradone” e del paesaggio circostante fu evidenziata già nell’800 da due viaggiatori.

Louise così si esprime:

“Erano le nove, quando partimmo da Caserta. La carrozza, più veloce delle locomotive, correva sulla grande strada reale di fronte Palazzo. Questa strada aveva un che di fiabesco al chiarore di una di quelle notti italiane che proiettano sulla natura contemporaneamente i colori della madreperla e dell’iride. Quest’antica strada è superba fino a Napoli e offre alla vista angoli di paesaggi dove si vorrebbe vivere: paesi deliziosi, pini a forma di parasole come decorazioni di un teatro, campi coperti della più ricca vegetazione”.

Charles Joseph Van Den Nest così dice:

“La strada da Napoli a Caserta è magnifica, quasi dappertutto fiancheggiata da filari di alberi la cui ombra attenua un poco il forte caldo di questo clima bruciante”.

Dalle finestre del palazzo reale non solo era possibile osservare i boschetti e i viali del parco, ma anche il diritto e alberato Stradone, percorso da corrieri a cavallo, cortei, carrozze tirate da sei, otto o dieci cavalli, vetture di ogni tipo, piccole cabriolets e calèches. Di notte erano le torce accese dai volanti a segnare il passaggio sia dei grandi che dei piccoli equipaggi che si recavano o lasciavano la corte per i motivi più disparati: feste e spettacoli teatrali, partite di caccia, affari, commercio, lavoro.

All’inizio dello Stradone e dei Passeggiatoi, realizzati su progetto del Vanvitelli, ricade la Rotonda che accoglie la Chiesa della Madonna della Pietà.

San Nicola cresce all’ombra delle costruzioni vanvitelliani e si sviluppa con maggiore rapidità dopo la seconda guerra mondiale.

Con il decreto legislativo del capo provvisorio dello Stato del 31 ottobre 1946, n.435, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana del 23 dicembre 1946, n. 292, viene ricostituito il nostre Comune che era stato aggregato a quello di Caserta con regio decreto del 6 maggio 1928, n. 1177.

E’ la storia recente dell’autonomia comunale che prosegue fino ai nostri giorni.